L'arte รจ una Favola

L’Arte rende l’uomo simile a Dio, lo eleva e lo illude, lo fa creatore imperfetto di opere e idee altrettanto imperfette. In ogni sua forma, l’Arte media e concilia, riallaccia e salda due mondi spesso lontani: uomo e natura.
Arte è capacità di creare, potere di umanizzare, è facoltà di infondere la passione umana in ciò che l’uomo da sempre contempla: il mondo.
L’opera imita ciò che la natura propone, diventa pensiero e linguaggio, mezzo d’espressione di paure, speranze e certezze.
La scultura è l’arte dell’intelligenza – diceva un pittore – perché non crea un’opera d’arte colorando una tela, ma la plasma a partire da un  blocco informe. Lo scultore non guida la matita su un foglio, ma segue ciecamente venature e cavità, non è comandante ma suddito di ciò che il materiale contiene, un umile spettatore quando le sculture divengono demiurghe di sé.
Immaginate adesso una persona unica al mondo, non vola, non legge nel pensiero, non ha una forza immane, né un arto in più. È unica per quello che non ha, per una mancanza e non per un eccesso. Ha una bocca, due occhi, due mani, un naso, due orecchie, un cervello, dei pensieri, delle rughe. Ha un cuore, ma questo è solo una meccanica pompa che spinge la linfa vitale fino alle dita, un pezzo del marchingegno, un insensibile ingranaggio del corpo che svolge ligio l’unico compito di mantenerlo in vita, senza disperdere alcuna emozione.
Vi racconterò la storia di un uomo perfetto nelle sembianze, nei pensieri e nei movimenti, ma incapace di provare paura, rabbia, gioia, dolore, vergogna, amore.
C’era una volta una scatola vuota, troppo perfetta per contenere sentimenti. Aveva il tatto per riconoscere le forme, ma non la dolcezza per accarezzarle; il gusto per distinguere i sapori, ma non la brama di goderseli; aveva l’olfatto per sentire gli odori, ma non la voglia di inebriarsene; l’udito per ascoltare i rumori, ma mancava il desiderio del silenzio; aveva la vista per osservare la vita, senza la gioia di viverla. Aveva tutti i sensi tranne uno, quello che trascende il concreto e tocca l’astratto, il senso del sentimento.
Non per noia, né per diletto – perché non sapeva provarli – ma senza un motivo apparente, un giorno prese un pezzo di legno e cominciò a plasmare una forma. Più picchiava con lo scalpello e più la figura prendeva vita: una mano, i capelli, un volto. Doveva liberarla dal tronco, scheggiare, intagliare, smussare, spianare, levigare, finché da lì non fosse uscita un’anima, non un oggetto ma un soggetto, non una statua ma un sentimento.
Toccava le superfici appena levigate e seguiva con gli occhi le morbide forme. Imparò a riconoscere il legno perché ognuno ha un certo odore. Ascoltava il rimbombo dei tronchi cavi e, assaggiando il tannino, sapeva che era castagno. Usava i suoi cinque sensi per dare forma a ciò che non l’aveva, attraverso l’arte del togliere liberava dal legno quello che dal suo cuore non sarebbe mai uscito.
Il legno non ha la forza della pietra, può ardere o bagnarsi, può marcire o spezzarsi, è fragile almeno quanto l’uomo e, come l’emozione è legata all’istante, così la scultura non deve essere eterna.
L’insensibile scultore faceva emergere a colpi di scalpello i sentimenti che non provava e magari da un olivo spuntava una donna con un volto accigliato e dei lunghi capelli. Poco importava se non aveva le braccia, quella non era una donna, ma l’idea di Tristezza, un’immagine a metà fra il vago e il definito, dove la forma sfuma nel concetto.
C’era una volta una scatola vuota, capace di riempirsi con un’arte troppo umana.

Anna Dainelli

 

“Si usa uno specchio di vetro per guardare il viso, si usano le opere d’arte per guardarsi l’anima”.
                                                 G. Bernard Shaw

                  “L’arte deve iniziare dalla consapevolezza per terminare poi nell’inconscio”.
                                               Friedrich Schelling